Roma: “L’ Irrisolvibile Arte di Giuseppe Amorese”

27 Novembre 2018|Posted in: Sociale

Claudia Emilio

IED Moda Roma

 

Piazza del Popolo. Mi scambiano per turista, come sempre. Ma sì, in fondo un po’ turista lo sono ancora. Perché anche se ormai vivo a Roma da anni, non smetto di scoprire luoghi e persone. Sto per incontrare un altro pugliese come me, che in questa città però non è più così turista.

Lui è Giuseppe Amorese, artista di fama mondiale, che da una piccola località della Puglia, Cerignola, è arrivato a esporre giovanissimo le sue opere prima nella suggestiva e storica Via Margutta a Roma, e poi in tutto il mondo. Mi raggiunge in sella a una bicicletta bordeaux e mi regala subito un invito per la sua ultima mostra ad Hong Kong. Ci accomodiamo in un bar appena in tempo prima che inizi a diluviare. Ma cosa potrebbe pensare un artista della pioggia se non che sia qualcosa di magico che rende tutto più bello, grazie a quei riflessi da poter dipingere? Affascinata dal suo modo di vedere quella pioggia a dir poco apocalittica, inizio a intervistarlo, per conoscere meglio lui e la sua arte.

 

Guardare le tue opere è come immergersi in una galassia di forme e colori, che si muovono libere nello spazio e pulsano di vita. Evidente è il legame con la natura. Ma qual è tra tutte l’ispirazione motrice della tua arte?

 

Non posso dire che sia qualcosa di preciso. È difficilmente interpretabile. L’ispirazione c’è sempre, è ovunque. Credo che faccia parte della natura stessa dell’artista. L’ispirazione è quell’elemento in più che può delineare un periodo, un momento piuttosto che un altro.

 

 

E quali gli artisti a cui sei più legato?

 

Ci sono diversi artisti che amo, che ho studiato e che studio ancora, ma l’artista che in assoluto mi incuriosisce di più è la natura.

 

 

Quali sono i traguardi più importanti che hai raggiunto? Quali quelli che vorresti raggiungere?

 

Sicuramente quello che sto realizzando in questo momento è gigantesco. Il mio sogno più grande era sempre stato quello di esporre a New York, la capitale per il mondo dell’arte. E ce l’ho fatta.

Voglio dipingere e continuare a farlo nel mondo in cui lo faccio e chissà tra qualche tempo, esporre nuovamente a New York, magari in un museo più noto.

 

 

E invece, mi parleresti di una difficoltà incontrata durante il tuo percorso e dell’insegnamento che ti ha regalato?

 

Ti voglio raccontare una delle cose più curiose che mi è capitata, proprio qui, in Via Margutta. Ho avuto la fortuna di esporre la mia prima personale in una galleria di questa via, che è tutt’oggi la mia galleria di riferimento, Monogramma. Avevo 18 anni e probabilmente sono stato l’artista più giovane a esporre, con una personale, in questa strada, con tutto il suo prestigio. Purtroppo per la nostra tanto amata e tanto odiata Italia, il fatto di essere così giovane è stato visto da alcuni come un fattore penalizzante e non come un punto di forza. Ma di certo non mi sono lasciato abbattere, stavo realizzando il mio sogno.

 

 

Innegabile è il ruolo importante che la Città Eterna ha occupato, e occupa ancora, nella tua vita d’artista, ma qual è il tuo legame con la tua terra natia e quanto (se lo ha fatto) ha influenzato la tua visione creativa?

 

Il legame con la mia terra è più inerente a quello che sono io come persona piuttosto che alla mia arte.

 

 

La tua arte descrive un mondo onirico, una fiaba moderna. Quanto credi che sia importante nella vita dare spazio alla fantasia, credere in qualcosa di inventato, in un mondo magico parallelo?

 

Indispensabile e vitale. Senza la fantasia non ci sarebbe nulla. Dico sempre che c’è una bella differenza tra vivere ed esistere sulla terra. Io vivo. La fantasia è ovunque. Anche in questo momento stiamo lavorando con la fantasia, è la fantasia che muove i nostri discorsi.

 

 

Cosa provi quando dipingi e cosa vuoi trasmettere?

 

Quando entro nel mio studio e dipingo si crea un legame intimo che non condivido facilmente, ma posso dire che quella che provo è la stessa emozione ogni volta, come se dipingessi sempre la stessa opera.

Quello che voglio trasmettere è una domanda allo spettatore, perché un’opera d’arte lo è nel momento in cui non può essere risolta. Desidero mettere lo spettatore in una dimensione in cui è l’opera stessa a chiedergli in cosa lo rappresenta.

 

 

Guardando molte delle tue opere, inoltre, si evince una predominate fredda nella scelta delle cromie. C’è un colore che ti rappresenta più degli altri per qualche ragione?

 

È una domanda difficile a cui rispondere. Potrei dare mille risposte diverse o uguali. Ma tornando all’ispirazione del momento, ora ti direi il nero. Considerato per definizione accademica non colore, per me rappresenta invece la luce. Il nero mi permette di evidenziare la luce delle cose.

 

 

Un’altra costante sono gli animali. Cosa rappresentano per te?

 

Fissare negli occhi un animale è come guardare un’opera d’arte.

 

 

Cosa significa per te arte?

 

L’arte è la costante consapevolezza delle cose e non è mai ripetibile, mai uguale, mai risolvibile. Sta piovendo in questo momento, ma non è mai lo stesso cielo, la stessa pioggia.

 

 

Come descriveresti la tua arte in tre aggettivi?

 

Irrisolvibile. Emozionante. Straordinaria.

 

 

Coincidono con la tua personalità?

 

Sì.

 

 

Cos’è, invece, per te la bellezza?

 

La bellezza è riuscire a rimandarla.

 

 

In che senso? Nel senso di non invecchiare mai?

 

Potrebbe essere una bella interpretazione. Nel senso che non può essere racchiusa nel tempo. È fuori dimensione temporale. Ti accorgi della bellezza quando riesci a rimandarla.